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Come affrontare un’escursione serale: cosa cambia quando il trekking continua dopo il tramonto

 
martedì 22 settembre 2026
  Postato da:
Giovanni
Come affrontare un’escursione serale: cosa cambia quando il trekking continua dopo il tramonto

C’è un momento preciso, durante un’escursione serale, in cui ci si accorge che qualcosa sta cambiando anche se il sentiero sotto i nostri piedi è esattamente quello che stavamo percorrendo pochi minuti prima. Il sole scende dietro una cresta, le zone in ombra diventano progressivamente più profonde, i colori perdono parte della loro intensità e quelle piccole irregolarità del terreno che fino a poco prima riconoscevamo quasi senza pensarci iniziano a richiedere maggiore attenzione, mentre il paesaggio, pur rimanendo ancora perfettamente visibile, comincia ad assumere una forma diversa.

È proprio questa transizione a rendere l’escursione serale un’esperienza differente sia dal normale trekking diurno sia da un’uscita pianificata fin dall’inizio per essere svolta di notte, perché chi parte nel pomeriggio tende naturalmente a impostare ritmo, attrezzatura e percezione del percorso sulle condizioni presenti al momento della partenza, dimenticando talvolta che, poche ore più tardi, quello stesso itinerario potrebbe essere affrontato con meno luce, temperature inferiori e una capacità differente di interpretare ciò che si trova davanti ai piedi.

Il cambiamento, inoltre, non riguarda soltanto la vista. Con il calare della luce diminuisce progressivamente la quantità di informazioni che possiamo raccogliere dall’ambiente circostante, alcuni punti di riferimento diventano meno riconoscibili, la percezione delle distanze può modificarsi e i rumori assumono una presenza maggiore, mentre contemporaneamente il calo della temperatura, l’aumento dell’umidità e l’eventuale raffreddamento dopo una sosta possono modificare anche le condizioni fisiche con cui affrontiamo il ritorno. Per questo un’escursione serale non dovrebbe essere considerata semplicemente come una normale uscita che si prolunga di qualche ora, ma come un’esperienza nella quale le condizioni cambiano mentre continuiamo a camminare e richiedono un adattamento progressivo del nostro comportamento.

Questa distinzione è ancora più importante se pensiamo alla differenza tra escursione serale e trekking notturno. Nel secondo caso sappiamo fin dall’inizio che una parte consistente dell’itinerario sarà percorsa al buio, quindi prepariamo mentalmente l’esperienza, organizziamo l’attrezzatura di conseguenza e utilizziamo la lampada frontale come elemento centrale della progressione; nell’escursione serale, invece, partiamo normalmente con buona visibilità e possiamo raggiungere una cima, un rifugio o un punto panoramico mentre è ancora giorno, trovandoci poi a percorrere il ritorno in condizioni completamente diverse da quelle dell’andata.

Ed è proprio questa apparente continuità a poterci ingannare, perché conoscere il sentiero non significa necessariamente essere in grado di leggerlo con la stessa precisione quando diminuiscono contrasti, profondità e riferimenti visivi. Una discesa semplice nel pomeriggio può richiedere molta più attenzione dopo il tramonto, non perché il terreno sia diventato tecnicamente più difficile, ma perché disponiamo di meno informazioni per anticipare gli appoggi, riconoscere un bivio o valutare la profondità di un gradino naturale.

Prima del buio viene la pianificazione: tramonto, percorso e tempo di rientro

Quando prepariamo un trekking siamo abituati a ragionare soprattutto in termini di distanza, dislivello, difficoltà tecnica e tempo di percorrenza, ma in un’escursione serale dobbiamo aggiungere una variabile altrettanto importante, cioè la quantità di luce che avremo realmente a disposizione nelle diverse fasi dell’itinerario.

Conoscere l’orario del tramonto rappresenta soltanto il punto di partenza, perché l’orario indicato dalle applicazioni meteorologiche o astronomiche descrive la posizione del sole rispetto all’orizzonte, mentre in montagna è la morfologia del territorio a determinare quando un determinato sentiero inizierà concretamente a perdere luce. Un itinerario aperto verso ovest può continuare a ricevere illuminazione diretta fino a tardi, mentre un percorso situato sul versante opposto, all’interno di una valle stretta o ai piedi di una parete elevata può entrare in ombra molto prima, creando una differenza considerevole tra il tramonto teorico e il momento nel quale la visibilità sul terreno comincia realmente a diminuire.

Per questo, invece di domandarsi semplicemente a che ora tramonta il sole, è molto più utile osservare preventivamente l’esposizione del percorso e chiedersi dove ci troveremo quando la luce inizierà a calare, quali tratti affronteremo durante il crepuscolo e quali, invece, potrebbero essere percorsi quando sarà ormai necessario utilizzare la frontale. Questo ragionamento diventa particolarmente importante quando il ritorno comprende discese tecniche, boschi fitti, numerosi bivi o tratti nei quali la segnaletica non è immediatamente evidente.

Anche i tempi di percorrenza devono essere interpretati con un margine maggiore rispetto a un’uscita interamente diurna. Se abbiamo impiegato un’ora e mezza per raggiungere un punto panoramico non possiamo automaticamente concludere che il ritorno richiederà meno tempo soltanto perché sarà prevalentemente in discesa, dato che la riduzione della visibilità può rallentare la scelta degli appoggi, un bivio può richiedere una verifica più attenta e un tratto roccioso apparentemente semplice può essere percorso con maggiore cautela. L’obiettivo non è sovrastimare arbitrariamente la durata dell’escursione, ma evitare di costruire una pianificazione talmente precisa da non lasciare spazio a ciò che, dopo il tramonto, richiede inevitabilmente qualche minuto in più.

Lo stesso principio vale quando l’obiettivo dell’uscita è proprio raggiungere una cima o un punto panoramico per osservare il tramonto, perché il desiderio di arrivare nel luogo stabilito può facilmente trasformarsi in una corsa contro il tempo. Se ci accorgiamo di essere in ritardo e iniziamo ad aumentare il ritmo proprio nell’ultima parte della salita, rischiamo di consumare più energie e di ridurre l’attenzione quando invece dovremmo già iniziare a prepararci al cambiamento delle condizioni; scegliere un punto alternativo da cui osservare il tramonto, quando necessario, non significa rinunciare all’escursione, ma preservare energie e lucidità per quella parte del percorso che dovremo ancora affrontare.

Dal crepuscolo alla frontale: imparare a vedere in modo diverso

Uno degli aspetti più interessanti dell’escursione serale riguarda ciò che accade durante il crepuscolo, quando abbiamo ancora l’impressione di vedere abbastanza bene ma il nostro sistema visivo sta già lavorando in condizioni molto diverse rispetto a quelle del pomeriggio. I colori perdono progressivamente intensità, i contrasti diventano meno marcati e le ombre che durante il giorno aiutano il cervello a interpretare la forma degli oggetti forniscono informazioni meno precise, con la conseguenza che una pietra, una radice o una piccola depressione del terreno possono essere riconosciute più tardi di quanto accadrebbe in piena luce.

Non significa semplicemente che “vediamo meno”, perché a cambiare è soprattutto la qualità delle informazioni con cui il cervello costruisce la percezione della profondità e prepara il movimento successivo. Durante il giorno osserviamo inconsciamente diversi metri di sentiero, riconosciamo una sequenza di ostacoli e predisponiamo già gli appoggi che utilizzeremo nei passi successivi; quando la luce diminuisce, questa capacità di anticipazione si riduce e il tempo disponibile per correggere il movimento diventa più breve, soprattutto sui terreni irregolari.

È proprio in questa fase che può nascere una falsa sensazione di sicurezza, perché il sentiero è ancora visibile e non percepiamo un confine netto tra “giorno” e “buio”, continuando quindi a mantenere lo stesso passo di prima anche quando la capacità di interpretare gli appoggi è già diminuita. Una gestione più consapevole consiste invece nell’accompagnare gradualmente il cambiamento, riducendo leggermente la velocità nei tratti sconnessi, accorciando il passo quando necessario e dedicando maggiore attenzione alla linea che intendiamo seguire, senza aspettare il momento in cui non riusciamo quasi più a distinguere il terreno per modificare il nostro modo di camminare.

Anche il momento in cui accendiamo la lampada frontale dovrebbe seguire questa logica. Aspettare che la visibilità diventi quasi nulla significa aver già trascorso una parte del percorso in condizioni nelle quali gli ostacoli erano meno leggibili, mentre accendere immediatamente una luce molto potente quando il crepuscolo consente ancora di muoversi in sicurezza può restringere inutilmente la nostra percezione dell’ambiente circostante, perché il fascio crea una zona molto luminosa davanti a noi e rende relativamente più scuro tutto ciò che rimane al di fuori.

La soluzione più efficace consiste quindi nel gestire la luce in relazione al terreno, sfruttando quando possibile la luminosità naturale residua e utilizzando poi la frontale con un’intensità adeguata alle reali necessità. Su una strada forestale ampia e regolare può essere sufficiente una potenza moderata, mentre su un tratto roccioso o particolarmente irregolare diventa utile aumentare temporaneamente l’illuminazione per leggere meglio gli appoggi; ciò che conta, in altre parole, non è avere costantemente la massima quantità di luce possibile, ma disporre della luce necessaria per interpretare correttamente il terreno conservando al tempo stesso autonomia e percezione dell’ambiente.

Questo spiega anche perché i lumen, pur essendo un parametro utile, non dovrebbero diventare l’unico criterio nella scelta di una frontale. La distribuzione del fascio luminoso, la possibilità di regolare l’intensità, l’autonomia nelle diverse modalità e la stabilità sulla testa incidono direttamente sull’esperienza di cammino, dato che una luce molto potente ma eccessivamente concentrata può illuminare bene un punto senza offrire una lettura altrettanto efficace dell’area circostante, mentre un fascio più ampio può risultare particolarmente utile quando abbiamo bisogno di vedere contemporaneamente terreno, piedi e posizione dei bastoncini.

Per la stessa ragione la frontale dovrebbe essere controllata prima della partenza, verificando carica, funzionamento e modalità disponibili, mentre una seconda piccola fonte luminosa può rappresentare una precauzione sensata quando sappiamo che il rientro avverrà al buio. Affidarsi esclusivamente alla torcia dello smartphone è meno efficace, non soltanto perché obbliga a occupare una mano e offre un’illuminazione poco adatta alla progressione, ma anche perché consuma la batteria di uno strumento che potrebbe servirci per navigazione e comunicazioni; il National Park Service, nelle proprie indicazioni sulla sicurezza escursionistica, raccomanda infatti di portare una vera fonte luminosa invece di considerare il telefono come soluzione principale.

Orientamento e terreno: perché dopo il tramonto servono più attenzione e meno fretta

Durante il giorno la nostra percezione dell’itinerario non dipende esclusivamente dal sentiero che vediamo immediatamente davanti ai piedi, perché utilizziamo contemporaneamente alberi, pareti, creste, aperture nel bosco, edifici e altri elementi del paesaggio per costruire una sorta di mappa mentale della nostra posizione. Quando arriva il buio e iniziamo a muoverci all’interno del fascio della frontale, una parte considerevole di questi riferimenti scompare e il nostro mondo visivo tende a restringersi alla porzione di terreno direttamente illuminata.

Un percorso conosciuto può quindi sembrare sorprendentemente diverso, soprattutto in corrispondenza di bivi, deviazioni o tratti nei quali la traccia principale non è perfettamente evidente. Anche la segnaletica, che durante il giorno riconosciamo facilmente da diversi metri di distanza, può diventare meno immediata, perché un segnavia dipinto su una roccia o su un albero rimane invisibile fino a quando il fascio luminoso non lo intercetta; per questo è preferibile conoscere preventivamente i principali cambi di direzione e utilizzare cartografia e traccia digitale come strumenti di verifica, anziché aspettare di avere perso la certezza della direzione prima di controllare la posizione.

Le mappe offline assumono particolare utilità proprio in queste circostanze, perché permettono di verificare il percorso anche in assenza di copertura telefonica, ma la navigazione digitale non dovrebbe trasformarsi nell’unico sistema attraverso il quale riusciamo a rimanere sul sentiero. Se abbiamo bisogno di controllare lo smartphone ogni pochi metri per capire dove andare, probabilmente il percorso scelto presenta una complessità eccessiva rispetto alla nostra esperienza di cammino serale, mentre per le prime uscite è generalmente più sensato scegliere itinerari già conosciuti, relativamente lineari e privi di passaggi nei quali un errore di orientamento potrebbe avere conseguenze importanti.

La riduzione della visibilità modifica anche il rapporto con il terreno, soprattutto quando radici, rocce, gradini naturali o piccole depressioni richiedono continui aggiustamenti del passo. Questi elementi non diventano più difficili semplicemente perché è buio, ma vengono individuati più tardi e quindi lasciano meno tempo per preparare il movimento, una differenza particolarmente evidente in discesa, quando dobbiamo controllare contemporaneamente velocità, equilibrio e posizione degli appoggi.

In queste condizioni è molto più efficace diminuire leggermente la lunghezza del passo e mantenere una progressione fluida piuttosto che irrigidire il corpo nel tentativo di controllare ogni singolo movimento, perché gambe e caviglie devono continuare ad adattarsi alle piccole variazioni della superficie. Anche i bastoncini possono diventare particolarmente utili, offrendo punti di contatto aggiuntivi e contribuendo alla gestione della stabilità, soprattutto in discesa, purché vengano posizionati consapevolmente e non utilizzati come una sorta di sonda da muovere alla cieca davanti al corpo.

Su un terreno roccioso, infatti, una punta inserita tra due pietre può incastrarsi, mentre una frontale orientata troppo vicino ai piedi può rendere difficile osservare contemporaneamente il punto nel quale stiamo posizionando il bastoncino e quello verso cui ci stiamo muovendo. La regolazione del fascio dovrebbe quindi permettere di illuminare una porzione sufficientemente ampia del sentiero, creando uno spazio visivo nel quale il gesto possa essere preparato e non semplicemente corretto all’ultimo momento.

Il principio generale rimane quello che vale anche durante il giorno, ma dopo il tramonto diventa ancora più importante: la velocità deve adattarsi alla quantità di informazioni che riusciamo a raccogliere dal terreno. Quando la visibilità diminuisce, rallentare leggermente non significa diventare insicuri, ma restituire al cervello il tempo necessario per interpretare ciò che gli occhi riescono ancora a vedere.

Non cambia soltanto la luce: temperatura, umidità e corpo durante il rientro

Un’escursione serale può iniziare in condizioni quasi estive e terminare con una sensazione termica completamente diversa, soprattutto a settembre, quando durante il pomeriggio il sole può ancora rendere piacevole camminare con abbigliamento leggero mentre, poche ore più tardi, ombra, quota, vento e umidità possono rendere necessario uno strato aggiuntivo.

La differenza diventa ancora più evidente quando raggiungiamo un punto panoramico e ci fermiamo ad aspettare il tramonto. Durante la salita il corpo produce calore e la muscolatura rimane attiva, ma una sosta di trenta o quaranta minuti riduce rapidamente questa produzione proprio mentre la temperatura ambientale sta diminuendo; se aspettiamo di avvertire freddo prima di aggiungere uno strato, potremmo iniziare la discesa già raffreddati, con una sensazione di rigidità che rende meno naturale il movimento nei primi minuti del ritorno.

Per questo l’abbigliamento da portare nello zaino dovrebbe essere scelto pensando alle condizioni previste alla fine dell’escursione, non soltanto a quelle presenti al momento della partenza. Uno strato termico leggero o un capo capace di offrire protezione dal vento può sembrare quasi inutile mentre saliamo nel pomeriggio, ma diventare estremamente utile durante la sosta e il successivo rientro; non serve quindi riempire lo zaino di capi pesanti, quanto costruire un sistema sufficientemente flessibile da permetterci di reagire a un’escursione termica che, nell’arco di poche ore, può essere significativa.

Anche la ripartenza dopo la sosta merita attenzione, perché il corpo che affronta la discesa non è più esattamente quello che ha concluso la salita. I muscoli possono essersi raffreddati, la luce è cambiata e per la prima volta stiamo utilizzando stabilmente la frontale, quindi partire immediatamente con un ritmo sostenuto soltanto perché il percorso scende significa chiedere al sistema motorio di gestire contemporaneamente troppe variazioni. I primi minuti del ritorno dovrebbero invece servire a ritrovare gradualmente fluidità, coordinazione e confidenza con la nuova visibilità, permettendo al ritmo di aumentare soltanto quando gli appoggi tornano a risultare naturali.

Questa attenzione diventa ancora più importante se la giornata è stata lunga, perché alla riduzione della luce si somma la fatica già accumulata. Dopo diverse ore di cammino diminuiscono precisione e concentrazione, quindi un ostacolo riconosciuto più tardi può incontrare anche una risposta motoria meno pronta rispetto a quella che avremmo avuto all’inizio dell’escursione; proprio per questo gli ultimi chilometri non dovrebbero essere considerati una semplice formalità, anche quando sappiamo che la meta è ormai vicina.

Un ambiente diverso: silenzio, fauna e percezione del buio

La sera modifica profondamente anche il modo in cui percepiamo l’ambiente, perché quando diminuisce la quantità di informazioni visive tendiamo naturalmente ad attribuire maggiore importanza ai suoni. Un ramo che si muove, il fruscio delle foglie, l’acqua di un torrente o il verso di un animale possono sembrare improvvisamente molto più presenti rispetto a poche ore prima, creando un’esperienza estremamente suggestiva ma, per chi non è abituato, anche una sensazione di allerta che può portare a interpretare come insoliti fenomeni assolutamente normali.

Capire questa reazione aiuta a vivere il percorso con maggiore serenità, perché non è necessariamente l’ambiente a essere diventato improvvisamente più minaccioso, quanto il nostro sistema percettivo ad aver modificato il peso attribuito alle informazioni disponibili. Imparare a riconoscere questa dinamica è parte dell’esperienza dell’escursione serale tanto quanto imparare a utilizzare correttamente una frontale, dato che una persona tesa tende facilmente a irrigidire il passo, accelerare oppure concentrare eccessivamente lo sguardo sui pochi metri immediatamente davanti a sé.

Le ore del crepuscolo e della notte coincidono inoltre con una maggiore attività di diverse specie animali, quindi muoversi con discrezione assume un significato particolare. Rimanere sui sentieri, evitare rumori inutili e non utilizzare la frontale per inseguire con il fascio un animale avvistato permette di ridurre il disturbo e di vivere l’esperienza in maniera più rispettosa, ricordando che l’illuminazione artificiale serve a consentirci di camminare in sicurezza e non a trasformare il bosco in uno spazio completamente illuminato.

Anche per questo non è necessario utilizzare sempre la massima potenza disponibile, soprattutto quando il terreno non lo richiede: oltre a preservare l’autonomia della batteria, una luce proporzionata alle necessità permette di mantenere un rapporto più naturale con l’ambiente e rende meno brusco il contrasto tra ciò che si trova dentro e fuori dal fascio.

Lo zaino dell’escursione serale: non serve portare tutto, serve portare ciò che può cambiare

Preparare lo zaino per un’uscita serale non significa trasformare una semplice escursione di alcune ore in una spedizione, ma ragionare su quelle variabili che saranno differenti al ritorno rispetto alla partenza. La prima è naturalmente l’illuminazione, con una frontale controllata e pronta all’uso e, quando il percorso lo suggerisce, una piccola fonte luminosa di riserva; la seconda riguarda l’abbigliamento, che deve permettere di gestire il calo termico e l’eventuale vento dopo il tramonto, mentre acqua, alimentazione, navigazione e normale materiale di sicurezza rimangono quelli coerenti con durata e difficoltà dell’itinerario.

Anche lo smartphone merita una gestione più attenta, perché durante un’escursione serale può essere utilizzato per consultare la traccia, verificare la posizione, comunicare e fotografare il tramonto, tutte attività che consumano energia proprio quando sarebbe importante arrivare alla fine dell’uscita con una buona autonomia residua. Scaricare preventivamente la cartografia offline, partire con il dispositivo carico ed evitare di utilizzarlo inutilmente come fonte luminosa permette di preservare una risorsa che, in caso di necessità, potrebbe diventare molto più importante di qualche fotografia aggiuntiva.

La vera preparazione, tuttavia, rimane soprattutto mentale e organizzativa. Conoscere i bivi principali, valutare quali tratti verranno percorsi al buio, verificare che il ritorno non comprenda passaggi eccessivamente esposti e lasciare a qualcuno indicazioni sull’itinerario e sull’orario previsto di rientro sono precauzioni semplici che riducono notevolmente l’incertezza, soprattutto nelle prime esperienze.

Per chi non ha mai camminato dopo il tramonto, inoltre, non c’è alcuna necessità di iniziare con un itinerario lungo o particolarmente tecnico. Una breve escursione su un sentiero conosciuto, iniziata nel pomeriggio e conclusa percorrendo soltanto l’ultima parte con la frontale, permette di scoprire gradualmente come cambia la propria percezione, quanto si modifica il ritmo e soprattutto quale rapporto personale abbiamo con il buio, perché non tutti reagiamo allo stesso modo quando scompaiono i riferimenti visivi ai quali siamo abituati.

Alcune persone si sentono immediatamente a proprio agio, altre scoprono di aver bisogno di più tempo per fidarsi degli appoggi e altre ancora tendono inconsciamente ad accelerare proprio perché desiderano terminare rapidamente il tratto al buio; riconoscere queste reazioni significa aggiungere una nuova competenza alla propria esperienza escursionistica, dato che conoscere il proprio comportamento quando cambiano le condizioni è importante quanto conoscere l’attrezzatura che portiamo nello zaino.

Una guida pratica da salvare prima della prossima uscita al tramonto

Prima di scegliere un’escursione serale vale la pena partire da una domanda molto semplice: dove sarò quando la luce inizierà realmente a diminuire? Da questa risposta discende gran parte della pianificazione, perché permette di capire se il crepuscolo ci sorprenderà su una strada forestale, in un bosco fitto, durante una lunga discesa oppure in un tratto nel quale orientamento e terreno richiedono maggiore attenzione.

Una volta individuato questo momento, bisogna verificare se il tempo previsto per il ritorno comprende un margine sufficiente, evitando di considerare automaticamente la discesa più veloce dell’andata e ricordando che dopo il tramonto alcuni passaggi richiederanno inevitabilmente più attenzione. Frontale, autonomia e luce di emergenza devono essere controllate prima di partire, mentre nello zaino dovrebbe esserci almeno uno strato adatto alle temperature previste durante la sosta e il rientro.

È altrettanto utile conoscere in anticipo i principali bivi e avere disponibile una mappa offline, verificando la posizione nei punti dubbi prima di proseguire, anziché aspettare che l’incertezza diventi un vero problema di orientamento. Se il percorso comprende passaggi esposti, ferrate, lunghi tratti particolarmente sconnessi o zone nelle quali un errore avrebbe conseguenze importanti, bisogna valutare con maggiore prudenza se sia davvero opportuno affrontarli dopo il tramonto, soprattutto quando l’esperienza di cammino al buio è ancora limitata.

Infine, durante il ritorno, il ritmo dovrebbe seguire ciò che riusciamo effettivamente a vedere e interpretare, senza cercare di mantenere necessariamente la stessa velocità del giorno. Se il terreno diventa meno leggibile, accorciare il passo e rallentare leggermente restituisce tempo alla percezione; se la temperatura scende, aggiungere uno strato prima di raffreddarsi evita di iniziare la discesa in condizioni meno favorevoli; se un bivio non è chiaro, fermarsi e controllare è sempre preferibile a scegliere rapidamente una direzione basandosi sull’intuizione.

Sono accorgimenti semplici, ma proprio la loro combinazione trasforma un rientro dopo il tramonto da situazione improvvisata a parte consapevole dell’escursione.

Quando finisce la luce inizia un altro modo di camminare

Il fascino dell’escursione serale nasce probabilmente dal fatto che permette di osservare una trasformazione che durante una normale giornata di trekking raramente viviamo fino in fondo. La montagna non cambia realmente forma, eppure il paesaggio perde progressivamente colori e profondità, le distanze sembrano differenti, i rumori acquistano presenza e il sentiero che poche ore prima potevamo leggere con un solo sguardo inizia a rivelarsi pochi metri alla volta.

Affrontare bene questa trasformazione non significa cercare di ricreare artificialmente le condizioni del giorno attraverso una luce sempre più potente, ma imparare ad adattare progressivamente il nostro modo di muoverci alle informazioni che abbiamo a disposizione. Significa programmare il rientro considerando il tramonto come una variabile reale del percorso, utilizzare la frontale in funzione del terreno, accettare di rallentare quando gli appoggi richiedono più attenzione, anticipare il calo della temperatura e controllare l’orientamento prima che nasca un vero dubbio.

È proprio per questo che un’escursione serale relativamente semplice può rappresentare un’esperienza molto formativa anche per chi possiede già una buona abitudine alla montagna, perché mette in evidenza quanto normalmente ci affidiamo alla vista senza rendercene conto e quanto il nostro modo di camminare dipenda dalla possibilità di anticipare ciò che incontreremo qualche metro più avanti.

Quando il sole scompare, quindi, non inizia necessariamente un trekking più difficile, ma un trekking che richiede un modo diverso di osservare, decidere e muoversi, nel quale la sicurezza dipende meno dal tentativo di vedere tutto e molto di più dalla capacità di adattarsi gradualmente a ciò che non possiamo più vedere come prima.

 

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